I DIAVOLI E LO SPECCHIO 19 Luglio 2021 – Pubblicato in: imperfezioni

Cammino sotto al cielo grigio di Torino. Sembra uno specchio ossidato. Musi di bestie feroci si protendono da sotto ai terrazzi. Volti di demoni si sporgono dai fregi dei palazzi e dalle volte dei portoni. Ghignano. Hanno occhi pazzi. Sono lì per terrorizzare? Sono simulacri dell’energia mefistofelica che striscia e si insinua tra le mura, per le vie, dentro alle menti delle persone?
No. L’esatto opposto.

Che Torino sia una città pregna di misticismo è cosa nota; che la dinastia Sabauda nutrisse un interesse profondo per l’occulto anche. Magia bianca, magia nera, il Graal e la Pietra Filosofale, gli alchimisti, i massoni, i miti della fondazione e i molti personaggi storici legati all’esoterismo. Mentre cammino, il peso delle leggende più oscure mi preme sulle spalle. Ogni pietra, ogni via, ogni finestra sussurra. Ogni cosa, qui, parla di mistero. È palpabile, palese a chiunque, l’aura mitica e un po’ maligna che avvolge la città. Ma le figure tetre che si sporgono e mi fissano mentre sfilo sotto ai loro sguardi allucinanti mi rincuora. La loro presenza è positiva. Sono i protettori dei luoghi, esorcizzano il male. Svolgono una funzione apotropaica -che parolone-. Sono stati messi lì proprio per spaventare le creature malvagie e per tener distante gli influssi magici negativi.
Il simile che scaccia il simile.
Tutto il contrario di quel che sembra, dunque. Un po’ come quando ci si specchia e il riflesso che vediamo ci è identico eppure è l’esatto opposto. Il ribaltamento totale della nostra immagine. Di quel che siamo. E allora mi domando: io chi sono? Sono io che mi guardo o sono il riflesso che guarda me?
L’abisso, diceva Nietzsche. Ma questa è un’altra storia ed è meglio lasciarla là dov’è.
Apro la porta, vinco le scale, entro in casa e vado in camera. Dalla finestra filtrano i suoni della metropoli che va in contro alla sera. Il tram sferraglia sulle rotaie e irradia un lampo elettrico che fende il cielo e poi rimbalza sul mio specchio che pare il monolite nel deserto per cui le scimmie vanno matte.

Sono io o il mio riflesso?
Sono entrambe e nessuno dei due. Contemporaneamente. Come i totem dei diavoli scolpiti sui palazzi di Torino: buoni e cattivi allo stesso tempo.
Il gatto, diceva Schrödinger. Ma questa è un’altra storia ed è meglio lasciarla là nella scatola.
La verità è che la verità sta lì nel mezzo, nello spazio che intercorre tra me e lo specchio. Sono il vuoto, quindi? No. Sono l’aria che respiro, sono la cornice dello specchio, sono gli oggetti della stanza. Sono la mia camera da letto, i miei vestiti. Sono le cose che posseggo.
L’alfabeto degli oggetti, diceva Fabris. Ma questa è un’altra… no. Questa volta è la storia giusta.
Dicevamo: l’alfabeto degli oggetti. Ebbene, il consumo -Marx non ti arrabbiare- non mira più a soddisfare i bisogni materiali. Macché! Attraverso il consumo soddisfiamo desideri; con le merci costruiamo la nostra personalità. Il consumo, in questa società postmoderna -così la chiamano-, è un atto esistenziale. Il maglione, la macchina, la bicicletta e il libro sono diventati segni, proprio come le parole, attraverso i quali noi urliamo al mondo, e a noi stessi, «io sono questo!»
Sono come l’arte, in fondo. L’arte dei diavoli e delle fiere che sbucano dai muri degli edifici. Esprimono quel che proviamo, raccontano chi siamo. E chi siamo? Gente che ha paura; forse proprio perché non si riconosce nello specchio. Gente che non basta a se stessa, che ha bisogno di creare manufatti e storie per dare un senso al mondo e comunicare con esso. Ma questo è un male? Io non credo. Siamo incompleti, è vero, siamo incerti e sconclusionati come questo articolo. Ma va bene così perché è per compensare questa incompletezza che produciamo arte. Ѐ da questo nostro vuoto, da questo nostro essere imperfetti, che nasce il Bello.
Nel bene e nel male.



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