LA TECNOLOGIA È UOMO. 1 Marzo 2022 – Pubblicato in: haiku

È giusto che lo sappiate una volta per tutte: la parità di genere è ancora utopia.
E la digitalizzazione non sta aiutando a migliorare le cose.

Il GEI (indice sull’uguaglianza di genere) è uno strumento sviluppato per misurare i progressi dell’uguaglianza di genere all’interno dell’Unione Europea. È una sorta di votazione che va da 1 a 100, dove 1 corrisponde a una totale disparità e 100 alla totale parità. Leviamoci il dente: il GEI medio dell’UE è di 67,9 (nessun Paese membro raggiunge il 100)1 e in quanto a progressi si procede a passo di lumaca con una crescita media di appena mezzo punto l’anno. Mantenendo questi livelli di crescita bisognerà aspettare altri 60 anni prima di raggiungere una completa parità di genere.
Facciamo in tempo a estinguerci.

E se pensate che la tecnologia, la digitalizzazione, il metaverso o le fantatecnologie aliene stiano riducendo la disparità e il divario tra i sessi, beh, sbagliate.
Iniziamo dicendo che l’80% degli scienziati e degli ingegneri (usiamo volutamente le desinenze e gli articoli maschili) impiegati in settori ad alta tecnologia sono uomini. In Italia, ad esempio, solo il 18.9% delle laureate ha scelto discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) e, nonostante le ragazze si laureino in media con voti più alti dei compagni, una volta entrate nel mondo del lavoro non ottengono gli stessi risultati sia in termini di occupazione che di retribuzione. Tra tutte le laureate in questi ambiti, solo il 38% ricopre infatti una posizione manageriale mentre la maggior parte riveste un ruolo impiegatizio (57.8%) e non gestisce né un team né un budget (59.6%).
Sembra assurdo, ma se pensiamo che in Europa, a parità di posizione lavorativa, il divario retributivo tra uomo e donna è ancora del 15,7%, non dovremmo poi sorprenderci tanto.

Questo divario salariale e lavorativo, sommato alle disuguaglianze nell’accesso all’istruzione e nelle competenze digitali*, mette le donne nella condizione di non poter godere di una vera indipendenza economica e sociale ostacolando, tra le altre cose, la loro possibilità di accedere a internet e di prendere parte alla vita online. Si chiama digital gender gap, ed esiste davvero. In tutto il mondo, infatti, le donne hanno mediamente il 21% in meno di possibilità di accedere a una connessione internet rispetto agli uomini e nei paesi a basso reddito la media sale fino al 52%2,3
Insomma, online ci sono 250 milioni di donne in meno rispetto agli uomini, e dal momento che internet è un mezzo fondamentale per l’istruzione, gli affari e la mobilitazione delle comunità, non assicurare un accesso equo significa non riuscire a garantire a tutti lo stesso diritto di sviluppare il proprio potenziale e dare il proprio contributo alla collettività.

* In Europa, le competenze digitali di base sono possedute solo dal 54% delle donne (rispetto al 58% degli uomini).

Lo so, a molti uomini importa poco che questo digital gender gap limiti -e di molto- le opportunità lavorative, di formazione e sociali delle donne, quindi proviamo ad affrontare il problema da una prospettiva diversa e che sicuramente li tocca di più: i soldi.

L’esclusione digitale di centinaia di milioni di donne genera un impatto economico negativo che riguarda tutti. Negli ultimi 10 anni i paesi a basso e medio reddito hanno perso circa 1000 miliardi di dollari a causa del divario digitale di genere e, senza azioni specifiche di contrasto a questo fenomeno, le perdite potrebbero aumentare di altri 500 miliardi entro il 2025.
Che dite? Forse è il caso di fare qualcosa, no? Eppure più del 40% dei paesi non ha alcuna politica o programma dedicato ad espandere l’accesso a internet per le donne.

Nonostante questi dati allucinanti, la cosa più curiosa e negativamente interessante è un’altra, e riguarda il modo in cui le tradizionali disuguaglianze di genere vengono riprodotte anche nel mondo digitale. Un esempio? Beh, perché le impostazioni vocali di default dei nostri principali assistenti AI (Alexa, Siri, Cortana) sono tutte femminili?
Il fatto che vengano assegnati stereotipi tradizionali e sessisti a una tecnologia innovativa ed emergente ci fa capire quanto la nostra cultura e società sia implicitamente e indissolubilmente maschilista. E non perché tutti i maschi siano cattivoni che vogliono sottomettere le donne, ma perché ad oggi è ancora normale e scontato che certi ruoli e professioni siano da donna (guarda caso proprio quelli di assistenza a figure professionali più qualificate, ovvero maschili).
Ma non eravamo nel 2022?

Ovviamente in tanti hanno fatto notare questa cosa e così le aziende tecnologiche hanno offerto alternative maschili alle impostazioni predefinite femminili.
Nel 2019, inoltre, un team di ricercatori ha creato Q, la prima voce senza genere. Il team ha registrato le voci di 22 persone transgender e non-binarie e poi le ha ingegnerizzate digitalmente per renderle neutre dal punto di vista del genere. Q per ora è solo su un sito web e non è adottata da nessun dispositivo3, ma chissà che pian piano, tra circa sessant’anni, quando il mare ci sommergerà, quando le temperature saranno così alte da rendere invivibili la maggior parte dei paesi, quando una pioggia di meteoriti distruggerà la Terra, finalmente potremo dire «Alexə, raccontami una barzelletta» e Alexə, con la sua voce Q, neutra, risponderà «Mia moglie mi ha chiesto di entrare in contatto con il mio lato femminile e così ho parcheggiato male la macchina.»

Ma non eravamo nel 2082?

1 https://www.openpolis.it/lindice-sulluguaglianza-di-genere-per-monitorare-i-divari-in-europa/

2 https://a4ai.org/affordability-report/report/2020/

3 https://webfoundation.org/research/costs-of-exclusion-report/

4 https://www.genderlessvoice.com/



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