Il principio di Schrofer 13 Gennaio 2014 – Pubblicato in: haiku

jurriaan schrofer

Jurriaan Schrofer (1926 -1990) aveva basato la sua curiosità su un semplice principio: “why make it simple if you can make it complicated?”

Era chiaro che a un’intelligenza multiforme come la sua il minimalistico concetto del less is more, per noi oggi così indispensabile, stava inevitabilmente un po’ stretto.

Erano senza dubbio tempi, i suoi, in cui la voglia di sperimentare e lasciar spaziare la mente in tutte le possibili direzioni inesplorate si sentiva più pressante. Erano tempi creativamente meno aridi dei nostri, con vincoli più umani che tecnologici e, tutto sommato, meno duri… per i sognatori.

Forse anche per questo la figura di Schrofer era la brillante personificazione di differenti ruoli – graphic designer, tipografo sperimentale, pioniere nel mondo della corporate identity, art director per il giornale d’architettura Forum, docente universitario – ruoli tramite i quali aveva esplorato palmo a palmo le infinite declinazioni del graphic design nell’epoca che stava vivendo.

jurriaan-schrofer

Principale esponente dello studio Total Design negli anni ’70, Jurriaan Schrofer è oggi considerato uno dei più influenti graphic designer olandesi dell’era post-bellica, con un corpo di lavori che abbracciava generi anche molto eterogenei, dal design di materiale pubblicitario alla definizione di numerosi progetti editoriali.

Molti i campi di applicazione in cui Schrofer esprimeva appieno la sua inesauribile vena creativa, ma una sola la vocazione più spiccata: il designer olandese era principalmente un instancabile manipolatore di caratteri tipografici. Il suo lettering geometrico e multidimensionale era costantemente alla ricerca di nuove modalità d’espressione visiva.

Schrofer, insomma, amava sperimentare da ogni possibile angolazione la spazialità del piano bidimensionale, deformando lettere ed elementi tipografici al punto da imprimere loro una imprevista corposità tridimensionale.

jurriaan-schrofer-1La complessa dinamicità delle sue composizioni, la natura rigorosamente geometrica e calcolata dei caratteri da lui definiti e l’avveniristica impostazione di ciascuno studio preliminare sulla base di sistemi a matrice quadrata, nonché la definizione di caratteri ottenuti da matrici di punti (molto simili concettualmente agli attuali pixels dei nostri monitor) ingannano l’occhio a tal punto da far sembrare le creazioni di Schrofer come il prodotto di un moderno software digitale.

Eppure Jurriaan Schrofer disegnava tutto rigorosamente a mano, con un metodo puntiglioso e attento alla intelligibilità dei caratteri modulari da lui plasmati in altre forme, subendo ampiamente le influenze del Bauhaus e del De Stijl, e incorporando elementi della op art e delle enigmatiche litografie di Escher.

Dalle sorprendenti e fluide combinazioni tipografiche di Schrofer emergono schemi ipnotici dalle geometrie reiterate, in una costante ricerca degli effetti visivi, della percezione e delle illusioni ottiche insite nella manipolazione della classica visione prospettica, così come nel giocoso morphing di lettere, pattern e significati sottesi.

type dinamicsCome scrive la ricercatrice Frederike Huygen, le creazioni di Schrofer «might appear dated in today’s visual landscape, but his progressive development of letterforms from the 1950s to 1980s shaped the way we approach type today, particularly in his prescient use of square grid systems and dot matrices that became the backbone of typographic styling in the early years of personal computing».

Un approccio metodico e matematico che aveva anticipato abilmente i futuri progressi tecnologici, tanto da indurre la stessa Huygen a definire Schrofer “a computer-designer before the computer”: una sorta di mente digitale ante litteram.

Un resoconto esaustivo dell’opera di Schrofer è reso disponibile nel volume monografico di recente pubblicazione “Jurriaan Schrofer: (1926–90) Restless Typographer”, Unit Editions, London, 2013.

 

Type Dinamics

stedelijk.nl

Monografia

uniteditions.comjurriaan schrofer

Jurriaan Schrofer (1926 -1990) aveva basato la sua curiosità su un semplice principio: “why make it simple if you can make it complicated?”

Era chiaro che a un’intelligenza multiforme come la sua il minimalistico concetto del less is more, per noi oggi così indispensabile, stava inevitabilmente un po’ stretto.

Erano senza dubbio tempi, i suoi, in cui la voglia di sperimentare e lasciar spaziare la mente in tutte le possibili direzioni inesplorate si sentiva più pressante. Erano tempi creativamente meno aridi dei nostri, con vincoli più umani che tecnologici e, tutto sommato, meno duri… per i sognatori.

Forse anche per questo la figura di Schrofer era la brillante personificazione di differenti ruoli – graphic designer, tipografo sperimentale, pioniere nel mondo della corporate identity, art director per il giornale d’architettura Forum, docente universitario – ruoli tramite i quali aveva esplorato palmo a palmo le infinite declinazioni del graphic design nell’epoca che stava vivendo.

 

jurriaan-schrofer

Principale esponente dello studio Total Design negli anni ’70, Jurriaan Schrofer è oggi considerato uno dei più influenti graphic designer olandesi dell’era post-bellica, con un corpo di lavori che abbracciava generi anche molto eterogenei, dal design di materiale pubblicitario alla definizione di numerosi progetti editoriali.

Molti i campi di applicazione in cui Schrofer esprimeva appieno la sua inesauribile vena creativa, ma una sola la vocazione più spiccata: il designer olandese era principalmente un instancabile manipolatore di caratteri tipografici. Il suo lettering geometrico e multidimensionale era costantemente alla ricerca di nuove modalità d’espressione visiva.

Schrofer, insomma, amava sperimentare da ogni possibile angolazione la spazialità del piano bidimensionale, deformando lettere ed elementi tipografici al punto da imprimere loro una imprevista corposità tridimensionale.

 

jurriaan-schrofer-1La complessa dinamicità delle sue composizioni, la natura rigorosamente geometrica e calcolata dei caratteri da lui definiti e l’avveniristica impostazione di ciascuno studio preliminare sulla base di sistemi a matrice quadrata, nonché la definizione di caratteri ottenuti da matrici di punti (molto simili concettualmente agli attuali pixels dei nostri monitor) ingannano l’occhio a tal punto da far sembrare le creazioni di Schrofer come il prodotto di un moderno software digitale.

Eppure Jurriaan Schrofer disegnava tutto rigorosamente a mano, con un metodo puntiglioso e attento alla intelligibilità dei caratteri modulari da lui plasmati in altre forme, subendo ampiamente le influenze del Bauhaus e del De Stijl, e incorporando elementi della op art e delle enigmatiche litografie di Escher.

Dalle sorprendenti e fluide combinazioni tipografiche di Schrofer emergono schemi ipnotici dalle geometrie reiterate, in una costante ricerca degli effetti visivi, della percezione e delle illusioni ottiche insite nella manipolazione della classica visione prospettica, così come nel giocoso morphing di lettere, pattern e significati sottesi.

 

type dinamicsCome scrive la ricercatrice Frederike Huygen, le creazioni di Schrofer «might appear dated in today’s visual landscape, but his progressive development of letterforms from the 1950s to 1980s shaped the way we approach type today, particularly in his prescient use of square grid systems and dot matrices that became the backbone of typographic styling in the early years of personal computing».

Un approccio metodico e matematico che aveva anticipato abilmente i futuri progressi tecnologici, tanto da indurre la stessa Huygen a definire Schrofer “a computer-designer before the computer”: una sorta di mente digitale ante litteram.

Un resoconto esaustivo dell’opera di Schrofer è reso disponibile nel volume monografico di recente pubblicazione “Jurriaan Schrofer: (1926–90) Restless Typographer”, Unit Editions, London, 2013.

 

 

Type Dinamics

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Monografia

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