Street art senza street

A Milano manifesto di protesta contro la mostra su Banksy A Visual Protest

Per il mio prossimo pezzo su Imperfect, cioè questo, l’editore mi ha concesso di usare una sola parolaccia. Starò attento a giocarmela bene, considerando che l’argomento che tratterò è di quelli che mi fanno parecchio incazzare. Ops.
Lo spunto viene da un paio di notizie recenti, riguardanti il mondo della Street Art: la prima è la polemica scatenata dal manifesto di Andrea Villa che raffigura Salvini imbavagliato davanti a una stella delle BR; la seconda è la provocazione di Mr Savethewall, che ha affisso dei manifesti che annunciano la morte della Street Art, in polemica con la mostra su Banksy al Mudec di Milano, attiva fino all’aprile prossimo.

Due esempi di come la Benpensanza, la voce condivisa e condivisibile del nostro mondo stanco, reagisca alle spallate della sua critica più feroce: l’arte.
La prima modalità è tanto goffa e stupida quanto comune, ed è quella in cui è incappato Andrea Villa. Ossia:

Su certe cose non si scherza.

Bene la satira sulla violenza sessuale, sulla repressione appendiniana e passi anche quella sul razzismo. Ma sul terrorismo no, non si scherza.

Manifesti dello street artist torinese Andrea Villa
E pazienza se l’artista, in effetti, non sta “scherzando”: sta affrontando una realtà con il suo linguaggio. Ma per la Benpensanza cos’è l’arte se non un gioco, un intrattenimento con cui essere indulgenti ma solo fino a un certo punto? Su certi temi, che combinazione corrispondono ai nervi più scoperti della società, si dice (senza spiegare perché, come si fa coi bambini piccoli) che è meglio il silenzio. Come se il silenzio non fosse sintomo di pigrizia e vigliaccheria nel migliore dei casi, sinonimo di assenso e di omertà nei peggiori.
Poi ci sono le idiotissime varianti del “benpensante esperto in materia” – il salvini di turno che sentenzia che quella tale satira non fa ridere, che quell’artista non è un vero artista, ecc… – e peggio che mai quella del “benpensante io-al-suo-posto”. Ovvero colui che, senza essere un artista, ci tiene a dire cosa avrebbe fatto lui al posto dell’artista, e insomma cosa l’artista avrebbe dovuto fare. Nemmeno questo genere di stronzata *commento da bar è stato risparmiato ad Andrea Villa, con il paternalistico invito del brillante avvocato Giuseppe Sbriglio a rappresentare

…Salvini in ciò che gli è più agevole, cioè mangiare: un’opera d’arte in cui, ad esempio, viene dipinto come il patè d’Oca o mentre mangia il cous cous con qualcuno di colore, ma mai augurare un rapimento a un essere umano, nemmeno a Salvini.

Dalle ridicole raccomandazioni dei mecenati ai grandi artisti della Storia fino ad oggi, abbiamo imparato quanto sia efficace la pretesa di  suggerire sperimentazioni, approvare le ribellioni e scegliere le critiche. Più o meno quanto andare dal bullo della classe dicendogli: «Prendimi pure per il culo *in giro perché sono grasso, ma non una parola sul fatto che puzzo».

Ma la Benpensanza ha armi ben più sofisticate per averla vinta. Ad esempio quella di fare proprie le voci discordanti. Per farlo, innanzitutto, deve riconoscere loro un valore, e prima ancora una scala di valore. E questa scala è sempre la stessa, l’unica che la benpensanza conosce: il denaro. Anche per l’arte, che andrebbe valutata per l’impatto estetico, emotivo, di rottura.

E qui torniamo a parlare di street art. Consiglio, in proposito, di vedere il bel documentario The man who stole Banksy, presentato all’ultimo Torino Film Festival, che a dispetto del titolo ingannevole è una riflessione dinamica e profonda sul concetto di proprietà nel campo della street art, e più in generale sul suo senso residuo.

Fotogrammi dal film The Man who Stole Banksy di Marco Proserpio

Si parte dalla serie di opere di Banksy e di molti altri writer internazionali a Betlemme, in corrispondenza dell’enorme muro che separa gli israeliani dai palestinesi (ne abbiamo già fatto cenno su Imperfect). Si tratta di opere dal significato fortissimo, che rivelano una presa di posizione molto netta e che hanno capovolto il destino di una città condannata alla mortificazione e all’orrore di un grande muro grigio trasformandola in punto di riferimento artistico e meta turistica. Eppure il documentario di Marco Proserpio ci porta a scoprire le reazioni inaspettatamente ostili di parte della popolazione palestinese (la Benpensanza c’è anche lì), che, accanto alle legittime richieste di un maggiore approfondimento della questione palestinese da parte di chi la rappresenta, vertono spesso sull’applicazione di una scala di valore tutta economica alle opere artistiche. Molte critiche suonano come

Se ci vuole aiutare davvero ci dia soldi invece che arte.

Questa obiezione, particolarmente imbecille in un caso specifico in cui il lavoro artistico ha un evidente impatto turistico e commerciale, si traduce nell’episodio tutt’altro che isolato del proprietario di un muro “imbrattato” da Banksy che rimuove un’opera e se la rivende.
Non si tratta di furto, nemmeno se l’artista è tutt’altro che d’accordo: per chi non lo sapesse, infatti, un murales realizzato senza permesso è di proprietà di chi possiede il muro, e l’artista non può vantarne alcun copyright.

Questa norma, diffusa a livello internazionale, ha permesso di creare alle spalle degli artisti un mercato miliardario di opere di street art, rimosse dal loro contesto e riposizionate in case private, gallerie, caveaux di ricchi collezionisti, centri commerciali, e alla mostra di Milano (che viene interamente da collezioni private).
Qui, ahimé, un paio di parolacce mi farebbero comodo: siamo di fronte a gente che ruba legalmente opere d’arte sottraendole al loro contesto e alla libera e pubblica fruizione per cui sono nate, approfittando del fatto che sono state create illegalmente. Come se io potessi sequestrare al mio vicino la grappa distillata sottobanco per poi rivendermela alla luce del sole, con la differenza che io non sono un benpensante miliardario e che la grappa (soprattutto quella illegale) è buona ovunque, mentre un murales asportato dal suo luogo il più delle volte perde i ¾ del suo senso.

Per ovviare alla distorsione di una norma simile, chiaramente ingiusta e penalizzante per le comunità dei cittadini, ma graditissima alla più facoltosa Benpensanza, basterebbe qualcosa come un vincolo di tutela. D’altronde gli autori delle pitture rupestri e degli affreschi medievali difficilmente potranno esibire autorizzazioni a norma di legge e deposito del copyright, ma non per questo posso alienare le loro opere per mio interesse.
La cosa secondo me più paradossale è che la Benpensanza applica un concetto che le è caro, cioè la proprietà privata, per appropriarsi di beni che, già dalle modalità della loro realizzazione, contestano esattamente la proprietà privata.
Appropriarsi anche delle critiche in modo da neutralizzarle: ecco una strategia davvero geniale ed efficace della Benpensanza di oggi. Durante il ventennio berlusconiano ci stupivamo del fatto che le voci più ostili a Berlusconi fossero ospitate dalle reti e dagli editori dello stesso Berlusconi; oggi invece ci abbiamo fatto l’abitudine. A Piazza degli Affari a Milano c’è un legalissimo dito medio rivolto al Palazzo della Borsa, le signore in pelliccia vanno in galleria a comprare opere concepite per scandalizzare signore in pelliccia e pagano 30 euro per andare a teatro ad applaudire Antonio Rezza *qualche ribelle da salotto che le insulta e fa l’elicottero con l’uccello *sventola il pene **propone forme di intrattenimento che in contesti meno comodi sarebbero considerate sconcezze, o peggio reati. 
Il Sistema promuove, finanzia e fa proprie le voci contrarie al Sistema. Il senso superficiale è ovvio: si tratta di un investimento economico. Quello profondo lo aveva capito il giovanissimo Vittorio Alfieri, quando – dopo una malattia che gli aveva causato la caduta dei capelli- si trovò costretto ad indossare una parrucca per andare a scuola.

Quest’accidente fu uno dei piú dolorosi ch’io provassi in vita mia; sí per la privazione dei capelli, che pel funesto acquisto di quella parrucca, divenuta immediatamente lo scherno di tutti i compagni petulantissimi. Da prima io m’era messo a pigliarne apertamente le parti; ma vedendo poi ch’io non poteva a nessun patto salvar la parrucca mia da quello sfrenato torrente che da ogni parte assaltavala, e ch’io andava a rischio di perdere anche con essa me stesso, tosto mutai di bandiera, e presi il partito il piú disinvolto, che era di sparruccarmi da me prima che mi venisse fatto quell’affronto, e di palleggiare io stesso la mia infelice parrucca per l’aria, facendone ogni vituperio. Ed in fatti, dopo alcuni giorni, sfogatasi l’ira pubblica in tal guisa, io rimasi poi la meno perseguitata, e direi quasi la piú rispettata parrucca, fra le due o tre altre che ve n’erano in quella stessa galleria. Allora imparai, che bisognava sempre parere di dare spontaneamente, quello che non si potea impedire d’esserti tolto.

Leggi: se non puoi evitare le critiche, falle sembrare tue. Perderanno ogni efficacia. Se durante le feste hai preso qualche chilo, datti del ciccione da solo in ogni conversazione: nessuno avrà modo di offenderti dicendo che ti trova ingrassato. Se ti prendono in giro, ridi; se manifestano contro di te, autorizza la manifestazione e scortala. Se un’opera d’arte ti turba, comprala e mettila in salotto: vedrai che diventerà innocua.
E siccome in ognuno di noi, in proporzioni variabili con l’età, si annidano un ribelle e un benpensante, anche nei più intransigenti si fa largo la voglia di farsi comprare.
Io stesso, che sono cresciuto da sinistrorso e appassionato di cultura hip hop, ora indosso la giacca per partecipare a riunioni in cui gli street artist chiedono i debiti permessi, forniscono quotazioni al metro quadro e si ipotizzano sponsorship di multinazionali di vernici. Altro che sciarpa in faccia, torcia e gambe levate se compare un lampeggiante.
Certo, c’è qualcuno di migliore di me. Blu, ad esempio, uno dei più importanti street artist al mondo, ha distrutto le sue opere nella città di Bologna per reagire a una mostra in cui i suoi murales, insieme a quelli di altri street artist, venivano esposti (a pagamento) all’interno del Museo della Storia dopo essere state asportate dai muri di Bologna, dov’erano visibili a tutti (gratuitamente). Le motivazioni di Blu, espresse attraverso il collettivo Wu Ming, sono così chiare che non richiedono aggiunte.

Opere di Blu a Bologna e Lisbona

Eppure gli organizzatori di quella contestata mostra insistono sul fatto che, una volta tanto, non si trattava di un’iniziativa a scopo di lucro: i murales erano stati asportati al solo scopo di conservarli e difenderli dall’usura del tempo, mantenendoli fruibili al pubblico.

A parte il fatto che il pubblico che poteva vedere le opere in una fabbrica dismessa è diverso da quello che paga 13 euro per vederle in un museo di storia, come già sapevano gli artisti dei secoli passati fa che dipingevano con soggetti, scopi e maniere diverse nelle chiesette di campagna e nei palazzi episcopali, perché ogni pubblico avesse la sua arte. A parte questo, dico, strappare da un muro un’opera murale per renderla eterna è come infilzare con uno spillo una farfalla per salvarla dall’effimero ed esporla in una teca. Peccato che la farfalla, così come la street art, così facendo perde la caratteristica saliente che la differenzia da un semplice manufatto da museo: la vita.
Ed eccolo qui, il terzo (ed ultimo) metodo con cui il potere rivoluzionario dell’arte viene neutralizzato: la musealizzazione. Ciò che entra nei musei è Storia, dunque non è più Presente; è permanente, dunque fuori dal pericolo di deperimento, evoluzione e revisione che è tipico delle cose vive; è studio, e non più quotidianità. L’artista la cui opera entra in un museo non è più lo sperimentatore sereno che corre nella notte per non farsi beccare dai vigili: deve fare i conti con cose molto peggiori del sudore e di una multa per danneggiamento. Ad esempio le interpretazioni del suo lavoro, le aspettative della critica, l’autocitazione, l’emulazione, il merchandising.
Questo, credo, il senso del manifesto affisso da Mr Savethewall.

La street art senza street è solo art.

Non più nemica del potere, non più alternativa al mercato, non più pubblica, non più legata al luogo. Che è come dire: la street art è morta, sarà meglio inventarsi qualcos’altro.

Perché non è tanto la Benpensanza ad arrivare sempre in ritardo: è l’arte che per avere un qualche senso deve starle un po’ davanti.

A proposito: tra pochi mesi sarà il 110° anniversario del Manifesto Futurista. Che al punto 10 recita:

Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo […] e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.

Per l’anniversario, prevedo, sarà tutto un proliferare di saggi, corsi accademici e di mostre sul Futurismo. Così quella rabbia ce la potremo studiare con calma.
Anche in quel caso, insomma, la battaglia l’hanno poi vinta i musei.

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