fbpx

Lavorando dalla cucina

Il nostro mondo è fatto di comunicazione, intesa come promozione. Ci vestiamo in un certo modo, mangiamo determinati prodotti, frequentiamo alcuni locali, compriamo specifici libri e siamo fruitori di taluni servizi perché alle spalle c’è stata una promozione che, per lo meno con noi, è andata a buon fine. Come si può però continuare a promuovere oggetti, bisogni, stili di vita, in un momento come questo in cui molta della realtà che conoscevamo si è dovuta fermare? Sembrerà strano ma, moltissimi brand e realtà, grandi e piccole, stracciando tutto ciò che avevano precedentemente pianificato, stanno rimettendosi in gioco con nuovi piani editoriali e nuove strategie. Lo vediamo nelle pubblicità, sui social e in generale su internet. Come staranno allora vivendo questo momento gli addetti ai lavori? Lo chiedo a Christian, Ilaria e Dora, tre persone che si occupano di comunicazione in quel di Torino.

Christian lavora in Edizioni Gruppo Abele, una piccola casa editrice che si occupa di temi del mondo del sociale, della formazione e dei beni comuni, dove è responsabile di ufficio stampa, social media marketing e comunicazione esterna.

In che modo la pandemia ha influito nella tua realtà e nel tuo lavoro di tutti giorni?
“Mi ritengo una persona privilegiata perché per fortuna il mio contratto è appena stato rinnovato e confermato. So che molte persone, anche nel mio stesso campo, si ritroveranno senza lavoro, per via di attività ridotte o settori completamente chiusi a tempo indeterminato. L’emergenza sanitaria, com’è ovvio, ha colpito duro: le librerie sono chiuse, quindi non possiamo raggiungere il nostro pubblico con il canale principale; anche la nostra sede è chiusa e non possiamo spedire direttamente dai nostri magazzini. Come noi, moltissime realtà editoriali sono in condizioni emergenziali, perché navighiamo tutti a vista in attesa di capire cosa cambierà e quando. Per quanto riguarda il mio lavoro specifico, il cambiamento principale è che adesso lavoro dalla cucina! Sono in smart working dall’11 marzo, quindi ho trasformato la casa in un ufficio con fogli sparsi, cellulari e computer portatile che viaggiano di qui e di là. Parte della mia attività consiste nel raggiungere quei giornalisti che si occupano di editoria per segnalare le nuove uscite, ma la carta stampata e l’informazione digitale, come ci si può aspettare, sono totalmente rivolte all’emergenza, e quindi apre pochi spiragli a tutto il resto. Anche la narrazione sui social e nelle newsletter è cambiata: non posso invitare le persone ad andare in libreria, a una presentazione, ad acquistare libri che non troveranno. Va tutto riformulato, rimodulato al tempo presente.”

Pensi possa arrivare qualcosa di buono da questa situazione, oppure no?
“Di buono non lo so, sicuramente di diverso: questa situazione paradossale ti costringe a ripensare la tua attività, fa emergere tutte le fragilità del sistema e ti spinge a pensare lateralmente (non che io sia molto bravo in questo, ammetto: a volte sono un po’ quadrato!). Può essere il pretesto per esplorare terreni nuovi o poco battuti: ad esempio, noi come casa editrice abbiamo sempre avuto un approccio tradizionale all’oggetto-libro di carta, pur pubblicando anche in formato ebook, e questa situazione ci sta portando a spingere invece sul canale digitale. Non so cosa succederà, se le strategie che stiamo mettendo in campo saranno performanti o dei semplici tappa-buchi, però se devo guardare in positivo penso che cercare approcci nuovi lo sia senz’altro.”

Ilaria è una freelance e si occupa di social media marketing, consulenza ed eventi.

Come vivi questo momento a livello lavorativo?
“Sono molto tesa e l’incertezza non è proprio un tonico per la creatività, almeno per quanto mi riguarda. Ho stracciato buona parte dei calendari editoriali e vivo più alla giornata. Le parole vanno pesate ancora di più.”

Come hanno reagito alla situazione i tuoi clienti?
“Ho perso delle commesse. Qualcuno ha sospeso la sua attività e deciso di mettere in stand-by anche la comunicazione sui social. Credo sia soprattutto per un fattore economico. Sono piccole realtà e non sanno come usciranno da questo periodo. Altri clienti invece hanno potenziato i loro canali: questo mi ha permesso di bilanciare e non accusare troppo il colpo. È cambiata anche la mia quotidianità. Prima passavo molto tempo in macchina, saltellando da un appuntamento all’altro, mentre adesso faccio la spola tra il balcone e il tavolo della cucina, che ha preso il posto della scrivania nel coworking. Ho ridotto i caffè: la metà erano solo una scusa per chiacchierare e confrontarmi con qualcuno. Approfitto del tempo che ho guadagnato dagli spostamenti per svegliarmi un’ora dopo e fare colazione con calma.”

Il digitale è ciò che sta permettendo a molte persone di continuare a lavorare. Cosa pensi a riguardo?
“Sicuramente il digitale si sta prendendo lo spazio che merita, e sono sicura che se lo terrà con orgoglio! Ora che c’è stata la vera presa di coscienza verso le potenzialità del web dovrò senz’altro aggiornare le mie competenze, ma ipotizzo che potrebbero aprirsi strade nuove. Poi, ovviamente dipenderà tutto dallo scenario economico nel suo complesso.”

 

Dora è una digital copywriter che lavora in un’agenzia di comunicazione e che collabora con due realtà non profit.

Com’è cambiata la tua quotidianità?
“A livello professionale, l’effetto più significativo di questa situazione è stato il passaggio istantaneo ad uno smart working totale, perché ha portato a galla diverse problematiche legate all’organizzazione interna di tutte le realtà in cui lavoro. Se alcuni di questi problemi possono essere associati alla velocità con cui si è evoluta la situazione, altri credo che siano imputabili a una cultura lavorativa scettica nei confronti di tutti quegli strumenti digitali che possono aiutare a ottimizzare i flussi di lavoro. Se in ufficio si riesce, entro certi limiti, a sopperire a questa scarsità di organizzazione, lavorando a distanza le cose si complicano e operazioni quotidiane come la condivisione di file, lo scambio di dati e di feedback, porta via una quantità di tempo maggiore, con risultati negativi sulla produttività.
A livello personale di positivo c’è sicuramente la lunga pausa dalla mia drammatica relazione con la schiscetta: l’ansia del ‘cosa mi cucino per domani’ e l’immancabile triste mix di cibi precotti mi hanno finalmente abbandonata. L’aspetto negativo di cui risento di più è il continuum lavorativo in cui mi sono ritrovata: essendo abituata a lavorare anche la sera o nel weekend, la scansione dei ritmi lavorativi era per me fondamentale; dal tragitto per andare a lavoro, alle pause, allo stacco ufficio-casa del fine settimana. Adesso mi sembra di vivere in una nuova dimensione fatta solo di lavoro.”

Come immagini la situazione post emergenza?
“Per mia natura tendo ad essere ottimista; penso che dalle situazioni critiche si possa sempre trovare qualcosa di positivo. Questo non significa che creda in un Italia post emergenza rose e fiori, né in una redenzione collettiva. Però penso che ci sia spazio per qualcosa di buono; una riscoperta dello smart working per dare maggiore flessibilità a chi ne ha bisogno, una rinnovata attenzione verso l’organizzazione aziendale e, soprattutto, maggiore fiducia nei confronti dei dipendenti che, anche lavorando da casa senza un controllo diretto e in una situazione così nuova e inaspettata, hanno continuato a svolgere il loro lavoro con impegno e professionalità.”

Ringraziandovi per il confronto, a tutti e tre chiedo: qual è la prima cosa che farete quando potrete tornare fisicamente a lavoro e dove vi precipiterete quando si avrà la possibilità di uscire di casa?

Christian: “A lavoro andrò a dare l’acqua alle piante! E forse a riabbracciare qualche collega. Ma prima le piante, poveracce! Per quanto riguarda la sfera personale: nel tempo mi sono creato una mia piccola tradizione; a metà marzo mi piace andare nei parchi pubblici a vedere le magnolie appena sbocciate. Dato che non ho ancora potuto farlo, spero di trovarne qualcuna ancora in fiore quando potrò finalmente uscire di casa!”

Ilaria: “Caffè e cornetto al bar? No scherzo. È una bella domanda, ma non so rispondere. Credo che osserverò molto di più quello che succede intorno a me e farò tesoro degli insegnamenti di questa quarantena: posso lavorare da casa ed evitare di inquinare? Me ne ricorderò! Quando potrò uscire andrò ad abbracciare la mia famiglia, mia nonna, mio nipote, i miei amici, e poi pizza e cinema!”

Dora: “Disinstallare Skype dal cellulare e andare a prendere un caffè al bar con i colleghi. Appena potrò uscire di casa voglio: montare sulla bici e pedalare all’infinito, fare un aperitivo con gli amici e tornare un weekend a Firenze, la mia città d’origine.”

Per quanto riguarda me, lavorando già sempre a distanza ma con la prassi dei confronti settimanali vis-à-vis, proporrò una riunione-caffè-aperitivo per riabbracciare tutti! A livello personale invece, correrò dai miei nipoti e poi farò una lunghissima passeggiata. La cosa positiva che mi sta insegnando questo momento: il valore di ogni singolo giorno e di ciò che mi circonda. Credo che non darò mai più nulla per scontato.



Lascia un commento

Back to top