Il senso di un esilio

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Nel silenzio brulicante di curiosa attesa, due donne vestite con semplici uniformi bianche fanno la loro misteriosa comparsa. Come soldati che eseguono gli ordini in un immaginario e rigido Paese delle Meraviglie, entrambe salgono sul loro piedistallo e attendono immobili che accada ciò che da tutti è inatteso. Improvvisamente, una doccia fluida e tiepida scivola piano sulle loro teste e sui loro abiti. La gente bisbiglia, non crede ai propri occhi: le austere e immacolate uniformi (di carta idro-solubile) si sciolgono sotto l’acqua scrosciante, lasciando intravedere un po’ per volta due incredibili abiti tempestati di preziosi cristalli Swarovski.

Tutta colpa d’un viaggio fatto a Cuba, di passati regimi militari, e del tempo che passa e trasforma ogni cosa. E il cristallo, in fondo, è solo un ingrediente tropicale.

Colpa anche di quella irresistibile urgenza di sperimentare, che per Hussein Chalayan (Nicosia, 1970) è da sempre un grido dell’anima. Il corpo ne diventa il veicolo, la struttura di narrazioni ipotetiche che raccontano di mondi possibili e un poco distorti, e di sguardi che leggono gli abiti come simboli di culture lontane e apparentemente incomprensibili. I riferimenti alle primigenie ispirazioni sono alquanto astratti, e restano interpretabili su livelli individuali. Ciò che rimane universalmente intatto è lo stupore.

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Il concetto poi è uno solo: perché disprezzare ciò che è diverso? Solo perché qualcosa non somiglia alla propria cultura, non vuol dire che debba instillare sospetto. Semmai, esplorazione. E, infine, meraviglia.

Ogni luogo visitato, ogni esperienza vissuta, racchiudono un insegnamento che va sublimato e poi, interiorizzato. Lo sa bene Chalayan, che ha trascorso la sua infanzia diviso tra culture completamente differenti – è cresciuto tra le atmosfere problematiche e i profumi mediterranei di Cipro e il travolgente e rumoroso filtro sintetizzatore di Londra – sempre in bilico tra concetti labili quali l’identità culturale e il pregiudizio, l’appartenenza ad un territorio e la dislocazione dei propri riferimenti identitari.

Insolito narratore e designer visionario di creazioni concettuali, Chalayan si è sempre distinto per quella sua inalterata curiosità nel costruire progetti intensi e caotici, che andassero ben oltre il semplice obiettivo commerciale e si tramutassero, se possibile, in una sofisticata esperienza culturale capace di ispirare riflessioni di più ampio respiro.

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Non esiste pertanto un limite alle forme d’arte di cui, di volta in volta, decide di appropriarsi e di mescolare abilmente per ottenere l’astrazione desiderata: il design di un abito, e la sua conseguente messa in scena, solitamente appaiono come il geniale e sofferto compromesso tra scultura, danza, architettura, cortometraggi, proiezioni luminose e installazioni sonore, tecnologie avanzate e identità robotiche, sensori, laser e ricerca genetica.

La sua inesauribile immaginazione, tuttavia, non si accontenta di comporre atmosfere multimediali fini a se stesse: per Chalayan diventa inevitabile collocare le sue costruzioni metaforiche in una dimensione futurista ferita da uno sguardo rivolto al passato, alle sofferenze politiche, sociali ed economiche che hanno segnato la sua infanzia e che, ancora oggi, appaiono irrisolte in molte parti del mondo, cariche di urgente attualità e di sensibili contraddizioni. Il pretesto è sempre quello di porre in discussione concetti morali e tradizioni ormai obsolete.

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Non a caso, il senso del movimento e della metamorfosi da sempre sono una componente imprescindibile nella struttura dei suoi abiti dal taglio meticoloso: essi rimandano al concetto di migrazione, di esilio, di impermanenza. L’aspetto dinamico legato alle sue creazioni sembra renderle indipendenti dal corpo: il morphing di forme e volumi trasforma le sue “superfici aliene” fino al punto di lasciare che esse acquisiscano una propria e indiscutibile identità.

Quasi a voler suggerire il destino di quell’essere umano che, costretto ad abbandonare i propri riferimenti territoriali, riesca infine a ritrovare sé stesso anche dopo una difficile e invisibile deriva.

 

Sito ufficiale
www.chalayan.com

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