Equilibrismi dell’ego

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Qualche volta abitare un luogo è una questione di delicati equilibri. Se si assume un’ottica ecologica e socialmente sostenibile, ci si accorge che si tratta di un problema complesso e di non facile soluzione. Esiste un modo per bilanciare le interazioni tra coloro che coabitano uno spazio architettonico, creando al contempo dei sincronismi con l’ambiente naturale circostante?

Gli ingredienti essenziali dell’architettura, così come da sempre è intesa, sono costituiti da una semplice serie di elementi imprescindibili: estetica, ingegneria, implicazioni sociologiche.
L’ambiente costruito si compone di spazi progettati dall’uomo, pensati essenzialmente per accogliere le attività umane, ma il loro inserimento nel mondo concreto inevitabilmente andrà a ‘disturbare’ determinati equilibri naturali.
Sono realtà interrelate e inseparabili che per poter coesistere devono necessariamente comunicare tra loro, lasciandosi attraversare da un costante e reciproco scambio di informazioni: in assenza di una simile interazione, i sistemi coinvolti sono destinati a collidere.

Gli aspetti sociologici dell’architettura sono il nodo intricato che da tempo, attraverso una forma d’arte denominata ‘performance architecture’, i due artisti Alex Schweder e Ward Shelley tentano di sciogliere, provocando interessanti riflessioni a riguardo.

Le loro installazioni si sviluppano attorno alla basilare nozione secondo la quale le relazioni tra spazi occupati e soggetti occupanti sono entità permeabili: il soggetto che abita uno spazio architettonico, in primo luogo, percepisce l’ambiente che lo circonda e in qualche modo viene influenzato da tale percezione, cambiando. In compenso, tenterà di alterare tale ambiente per farlo corrispondere alle proprie aspettative.

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Il gioco della permeabilità tra oggetto e soggetto, plasmato dai continui tentativi di trasformazione reciproca, produce quasi sempre un’architettura dove a un certo punto sembra impossibile riferirsi all’uno o all’altro in maniera distinta.
Uno spazio architettonico di questo tipo appare come generato da un comportamento, più che dai materiali con cui è stato costruito.

Nella cosiddetta ReActor House – uno dei loro ultimi progetti sperimentali, esposto presso l’OMI International Arts Center di New York – Schweder e Shelley compiono uno studio effettivo sui complessi scambi che avvengono tra l’uomo e il suo ambiente.

L’idea è quella di dimostrare in modo tangibile, rendendone istantaneamente visibili le conseguenze, come gli spazi costruiti influenzano le dinamiche relazionali, e quale sia l’impatto che tali interazioni a loro volta producono sul sistema circostante.

Tramite il curioso esperimento dei due artisti, la ReActor House si trasmuta in una intelligente intersezione tra arte, architettura e paesaggio, essendo una struttura trasparente in grado di ruotare e inclinarsi sensibilmente in risposta agli agenti esterni, ai movimenti di coloro che la abitano e alle condizioni interne.

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Per cinque giorni, Schweder e Shelley hanno provato a coabitare lo spazio da loro progettato, riportando in seguito le impressioni relative alla loro esperienza: ogni piccola brezza poteva far ruotare la struttura, cambiando così il punto di vista e il paesaggio visibile dall’interno; i ritmi del sonno scanditi dalla luce solare e un senso di forte connessione con l’altro e con la struttura abitata. In breve, la ReActor House ha gentilmente sconvolto le loro abitudini quotidiane.

Durante l’esperimento, i due artisti erano costretti a compiere consciamente una serie di movimenti coordinati, e continui aggiustamenti della propria posizione, al fine di non turbare il delicato equilibrio della loro dimora: una coreografia di movimenti che li costringeva ad essere sempre consapevoli della presenza dell’altro e delle condizioni ambientali all’esterno.

Attraverso il senso di costante deriva e la consapevolezza dei movimenti altrui, la ReActor House si traduce in un esercizio continuo per stabilire una routine che assicuri al contempo autonomia delle parti e bilanciamento complessivo delle forze in gioco.

Un atto cosciente di condivisione dello spazio architettonico, che mira forse a ridimensionare perfino gli spazi dell’ego.

 

Sito OMI
Omi Center

Video
ReActor House

Credits
Fotografia e video © Richard Barnes

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