che bella Anna che balla



Nel nostro palazzo, parecchi piani più in giù rispetto a noi, viveva Anna. Probabilmente avrete sentito parlare di lei, oppure se siete stati fortunati l’avete vista dal vivo, mentre ballava in giro per strada: a una manifestazione, a una processione, a una festa rionale, davanti a un locale.

Anna non aveva gusti difficili: bastava che ci fosse della musica e lei si metteva a ballare, dimenando ogni parte del suo corpo, con entusiasmo, con gioia, con sfrontatezza. Cercando su internet troverete diversi video che la ritraggono, purtroppo dovrete digitare “Anna la pazza” per trovarla più facilmente. Si tratta di un aggettivo che in Borgo Dora – che, più che un quartiere, è un paese del secolo scorso e tutti si conoscono, si aiutano e si danno del tu – nessuno ha mai usato, per noi era semplicemente Anna.
Ci prendevamo cura di lei, sapevamo quando doveva prendere le sue medicine e se non la vedevamo per più di due giorni di fila scattava subito l’allarme. E lei si affidava a tutti noi in egual misura, sapeva chiedere favori senza paura, con dolcezza. A volte ricambiava con un abbraccio, facilmente le uscivano dalla bocca parole che in effetti non sono difficili da mettere in fila, eppure sono rare: “Ti voglio bene”.

imperfect comunicazione torino - anna che balla

A volte invece avevo il dubbio che non sapesse neppure chi fossi, quando la incontravo lontano da casa. Le facevo un saluto con la mano e lei sembrava nemmeno vedermi. Però era anche comprensibile, lei in quel momento era la Star, non poteva salutare tutti i suoi fan! E poi non ne aveva il tempo: ballava ballava ballava senza fermarsi mai, incurante di tutti quelli che la riprendevano con il cellulare, incurante persino di Puff Daddy che una volta l’ha filmata e poi l’ha condivisa dal suo profilo, facendola conoscere a tutto il mondo.

Ora, io ballo come un orso con la labirintite e dunque non posso entrare nel merito della questione, ma so che più di un esperto avrebbe avuto da ridire sui movimenti che Anna si inventava, erano tutto fuorché perfetti! Eppure.
Eppure stavi lì, impalato a guardarla, non potevi smettere di sorridere, cercavi di filmarla e poi arrivato a casa capivi che in video non rendeva e quindi la volta dopo ti contentavi di ammirarla. E di invidiarla anche un po’, perché in quel momento era bella e felice, felice davvero, e un po’ di quella felicità, quasi fosse una polverina magica, ti spruzzava negli occhi e ti entrava nel cuore.

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In queste ore (giorni da quando leggerete questo articolo) circola la notizia che Anna non c’è più, qualche giornale ha tirato giù in fretta e furia un trafiletto strillando già nel titolo la parola “pazza”, il quartiere è entrato ufficialmente in lutto.
Ognuno vorrebbe fare qualcosa, per trovare il modo di salutarla per bene.

Io voglio ricordarla così: una sera in cui pioveva, Anna venne a suonarci alla porta.
“Ho paura”
“Del temporale?”
“No, di quelli là, sono fuori, mi aspettano, mi vogliono tagliare la gola, nascondimi”
Sapevo che a volte Anna aveva delle allucinazioni e il tacito patto del vicinato era di non assecondarla ma rassicurarla. Dunque la accompagnai in casa sua e scoprii che inaspettatamente era tenuta benissimo – tranne per la finestra, che aveva il vetro rotto – ed era piena di peluche, da tutte le parti: sul divano, sul davanzale, anche sul tavolo. Oggi so che quella fu la prima volta che feci una cosa che tanti anni dopo sarebbe diventato di routine, a ogni temporale: consolai una bambina.

E credo che mi ricorderò di lei ogni volta che vedrò una bimba ballare per strada. Spero di ritrovarvi quella gioia, quell’entusiasmo, quella sfrontatezza, ma dubito che ci troverò la stessa bellezza.

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