AAAnima cerca anima

copertina ANIMA

Nel 2016 saremo sette miliardi e quattrocento milioni e tutti dobbiamo mangiare.
Un metodo usuale per procurarsi il cibo è lavorare.
Per questa ragione, temo, viviamo in un’epoca di corsi e di club.
I corsi danno lavoro a chi li tiene¹ e vengono frequentati perché danno un titolo a chi li frequenta.
I titoli, per essere desiderabili, devono dare qualcosa, e quel qualcosa è un’identità, l’iscrizione più o meno ufficiale a un club. I club per essere ambìti devono dare qualcosa, e quel qualcosa è un lavoro. E il modo che hanno per darti lavoro è tentare la via dell’esclusiva.
Recentemente ho sentito a un convegno un giovane filosofo, membro a tutti gli effetti del club dei filosofi², rilevare con una certa irritazione che anche gli scrittori o addirittura le persone comuni filosofeggiano, come se ci si potesse svegliare una bella mattina provetti pensatori, come se la filosofia fosse puro amore (filo-) per la sapienza (-sofia). Non è così, con buona pace dei greci. Ci sono delle regole, delle sedi e un apposito corso di studi.
Il giovane filosofo non fa che affermare un dogma della nostra civiltà, quello della divisione dei compiti. Sei un medico? Medica. Sei un operaio? Opera. Che a pensare ci pensiamo noi.
Fin qui potrebbe sembrare un buon principio di efficienza, se non fosse che i club tendono a creare un regime di monopolio, e i monopoli -com’è noto- tendono a creare un problema di qualità.
Questo per due ragioni: 1) la prevalenza dell’etichetta sulla sostanza 2) l’autoreferenzialità.
Per la 1) basta qualche esempio veloce: in molte offerte di lavoro³ chiedono il patentino inglese livello sarcazzo, non di sapere l’inglese. Questo in teoria dà diritto di precedenza a uno col patentino che però nel frattempo ha dimenticato persino come si pronuncia “hello” a causa di un’overdose, rispetto a uno che ha vissuto e lavorato 10 anni a Manchester senza preoccuparsi di dimostrarlo con un pezzo di carta. Sempre per via delle etichette gli uffici dei manager sono pieni di manager usciti dalle più prestigiose università e dai più rovinosi fallimenti, che non rispondono alla realtà e ai risultati, ma soltanto al proprio curriculum. Così se in 3 anni fanno fallire la fiorente Sarcazzo S.p.a e lasciano millemila persone senza lavoro, scrivono sul curriculum di aver diretto 3 anni la Sarcazzo e puoi giurarci che fanno un bello scatto di carriera. La tv e la pubblicità, così evidentemente vuote di idee, sono zeppe di gente consacrata dai corsi di autore tv e dai master in marketing.
Ovvio, in certi ambiti non è possibile fregare: se l’idraulico mi monta un tubo che perde lo mando a quel paese e non lo pago. Ma in certi altri, quelli dove il metro è più soggettivo, si è adottato il metodo che da sempre usano i dominanti coi dominati, cioè quello del:

non valutare che tanto non ne capisci nulla

Sarebbe assurdo se l’idraulico mi rispondesse che il tubo va benissimo così, che se solo me ne intendessi di idraulica saprei apprezzare il fatto che perde.
Eppure ci sentiamo dire quotidianamente qualcosa di simile davanti a un film che ci ha fatto schifo, a un teatro che ci ha ammorbato, a una musica che ci sembrava inascoltabile, a un libro che non era chiaro. La gente finisce per crederci: non si esprime, dice:

io non ci capisco

Solo che poi, giustamente, evita di fruire di ciò che non capisce. Da cui le crisi di ascolti, i teatri vuoti, i libri invenduti. Gli “addetti ai lavori” si convincono che non essere compresi non sia un difetto, e continuano a lavorare per gli addetti ai lavori. Sono professori che stabiliscono la traccia del tema, svolgono il tema, si danno un voto e poi pretendono di migliorarsi sulla base delle proprie correzioni. Sperimentano esperimenti che ammiccano a chi riconosce un ammicco e un esperimento. E qui siamo al 2): l’autoreferenzialità.

Ora, devo fare una confessione. Io lavoro nel teatro, ne conosco i trucchi, ho gli occhiali rotondi e la sciarpina. A teatro ci vado, a sorbirmi spettacoli interminabili senza nessuna attinenza con la realtà odierna, variazioni su temi e testi di secoli fa dove però non si capisce più chi impersona chi e soprattutto perché. Sto bravo, applaudo, perché si fa così e voglio che facciano così agli spettacoli miei. Però confesso che durante la recita, quasi sempre, guardo più volte sul telefono cosa sta facendo la Juve. Se vince, se si allena, anche solo se ha comprato qualcuno. Perché per quanto irrilevante è comunque obiettivamente molto più coinvolgente il risultato di Chievo-Juventus che sapere se anche questa volta venderanno sto c**zo di giardino di ciliegi (**Spoiler alert!**: sì, lo vendono). Vorrei essere allo stadio, sì, mi emozionerei di più: non ci vado solo perché sono del club dei teatranti e noi con sciarpina e occhiali tondi in curva ci picchiano se non sappiamo i cori.
Però se già io vorrei andarmene, come posso biasimare chi non viene?
Con questo meccanismo il teatro sta morendo. L’arte sta morendo.
Ma io so che non tutto è perduto. Come lo so? Perché, ad esempio, conosco Guido Catalano.

guido catalano

Guido Catalano, per chi non lo sapesse, non è un poeta: è un cabarettista. Almeno questo dicono di lui quelli del club dei poeti. Perché sì, esiste anche un club dei poeti veri, dove ci si ribella ai diktat della poesia tradizionale accozzando parole che difficilmente io teatrante o voi idraulici potremmo capire. Sono parole dure, crude, tipo

pus – eroina – sferragliare – decomposizione – turbine

e immancabilmente

cemento

quelle che nelle poesie che leggevi al liceo le usavano solo gli sperimentali (almeno fin dove sei arrivato col programma), quelle che per definizione scandalizzano i benpensanti.
In compenso Guido Catalano non è un cabarettista ma un poeta, stando a cosa dicono al club dei cabarettisti o stando a cosa dice lui. Io non ne capisco abbastanza di poesia e me ne frego abbastanza delle definizioni: so che sta su un palco con un leggio, e legge testi suoi con molti a capo.
Fattostà che Catalano la gente lo va ad ascoltare. Spontaneamente. La gente si prepara, la sera, anche se magari è stanca perché tutto il giorno ha fatto l’idraulico, lo studente, il conducente, il fabbro o il teatrante. Anche se magari c’è la partita. Fa della strada, va dove c’è Catalano, si ammassa proprio, per sentirlo leggere. E ride, ride, poi si commuove, poi fa dei lunghi ooooh

oooooh!

di meraviglia, si emoziona e ride ancora. Ora che Guido è in tournée nazionale, e non gira più i locali underground ma i grandi palchi, la gente continua ad andare. Solo, ci va più numerosa, e paga anche il biglietto. E poi compra anche i suoi libri.
E’ una cosa che nella poesia non accadeva da anni, che ricorda un po’ i tempi dei greci quando la poesia era cultura del popolo e la filosofia libertà di pensiero.
Il club dei poeti veri, soverchiato dal fenomeno, non ha trovato di meglio che sfoderare il vecchio ritornello: il pubblico di Catalano non capisce di poesia, sono gentaglia illetterata da birra e motorino e smemoranda (giuro, hanno detto proprio così). Perché i poeti veri pus eroina sferragliare decomposizione turbine e immancabilmente cemento lo scrivono mica per la plebaglia della strada, lo scrivono per quell’elite che ha studiato le avanguardie e dunque benedice la loro ribellione.
Io che Catalano l’ho visto un sacco di volte, quest’ultima (il 14 gennaio, all’Hiroshima di Torino) ho guardato il pubblico. Più di seicento anime assiepate, attente, emozionate, paganti, sedute a terra o in piedi. Allora ho pensato che bisognerebbe proprio prendere a calci (metaforici) chiunque si sentisse così superiore a queste persone da dir loro che gente sono, se fanno bene o fanno male a essere qui, a interessarsi dei loro interessi e a scegliere i loro piaceri. Bisognerebbe limitarsi a constatare che se qualcosa riecheggia in tante vite, è perché ha Vita. E aldilà dei legittimi gusti e dei legittimi dissensi, non credo si possa chiedere molto di più alla poesia. Pur non essendo un filosofo penso, più in generale, che bisognerebbe piantarla coi giudizi e con la critica da liceo e mettere in ascolto una parte più profonda di noi (anche quella che ride, sarebbe già una gran cosa). Mi incanta il pubblico di Catalano ancor più di Catalano, perché mi immagino che finito il reading si disperda libero in mille rivoli. Chi va a teatro, chi manco morto, chi guarda la tv, chi va allo stadio, chi legge e chi gioca ai videogiochi. Chi ne capisce e chi ha capito solo questa volta.
Persone diverse che si sono trovate in tante ad ascoltare insieme le poesie che gli piacciono, per una legge semplice chiara e spesso dimenticata, la legge che basterebbe a salvare l’arte e a darle un metro di misura di cui nessuno è sprovvisto: l’anima cerca anima.

 


NOTE

 ¹ A proposito, anche noi di Imperfect teniamo dei corsi! Consulta l’apposita sezione sul sito per saperne di più 🙂
²Il Dipartimento di filosofia di un’università
³ Ahimé, sì, recentemente mi sono messo alla ricerca. A proposito: tengo dei corsi per Imperfect. Consulta l’apposita sezione del sito per saperne di più 🙂

INFO

Guido Catalano ha un lettissimo blog , dove si possono leggere le sue poesie. Per chi invece vuole sentirle, il Gran Tour proseguirà in tutta Italia fino a Marzo, poi si vedrà. Qui tutte le date.

A febbraio sarà perlopiù in giro a presentare il suo primo romanzo, edito da Rizzoli.

Qui un rabbiosissimo articolo contro Catalano ad opera del poeta Max Ponte, che classifica il suo pubblico come “illetterato”, da birra motorino e smemoranda. Quello che invece nei commenti usa per il pubblico termini come “ritardati mentali”, “omuncoli radical chic” e “bimbette piagnucolanti” è il neo-futurista (!!!) Flae Dissa, autore di poesie come questa (l’immancabile “cemento” a 00:27), nonché di un’astiosa incursione poetica (l’immancabile “cemento” a 03:25) durante un reading di Catalano.

“Il giardino dei ciliegi” è un’opera teatrale di Anton Cechov (1860-1904), giustamente considerata un capolavoro perché di scottante attualità nel momento della sua composizione (113 anni fa), e da allora continuamente rappresentata.

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